giovedì 21 febbraio 2008

Puntata n. 18: Occhi strappati dal cielo (almeno)

“Aaaarrrggg..ah”
Un gemito, un gorgoglio, un rumore sordo muto e pure cieco, un verso mai sentito per la sala del thè circolava in eco-eco-eco-eco. E all’improvviso un tonfo, un tuffo, uno sbuffo e uno sberleffo, una sberla con la perla, la perla e la sua burla, cadde come corpo morto sale (in assenza di gravita). Era Veronica Ballettovaccialletto esanime e cadaverica, cerulea nel volto e riversa a terra.
Parla Cicco pasticcio: “…. !!!...%$%)__:-::_?” Ma nessuno lo capì essendo muto di professione. Parla allora Dino Formaggio: “Carte, Marte, Arte, Parte e Sarte”, e già, il nostro amico non riusciva ad esprimersi se non usando parole finenti in “arte” per fortuna c’era Carlino Cipollino che conosceva il linguaggio di Formaggio, perché come diceva il cuoco Gianfranco Vissani: “non dire al muratore quanto è buono il Formaggio con la cipollina”.
“Dino dice di chiamare un dottore” disse Cipollino traducendo lo strano linguaggio di Formaggio.
“Bene, ci penso io! Sono dottore” disse Franz con evidente orgoglio. Camillo lo guardò e infine disse: “Mio amico Franz, è vero, Voi siete dottore…ma in filosofia!”
“Sottigliezze, noi filosofi siamo medici dell’anima, inoltre come disse la stimata accademica Rando: “I filosofi hanno una marcia in più”, lasciatemi fare mio amico Camillo”
Con sicurezza Franz si avvicinò al corpo dell’esanime, le aprì la bocca e avviò la respirazione artificiale. La donna riprese subito colore e incominciò a respirare autonomamente. “Per amore del cielo, ci è mancato poco!” disse Franz tirando un sospiro di sollievo. La donna, infima e dalle doppie intenzioni, sorrise procacemente al suo salvatore e infine gli chiese di ballare.
E un due e tre (stella) e un duo e tre (stella), che melodia il valzer dei fiori di Tchaikosckij, Franz ballava come un vero ballerino del bolscioi di Mosca. “E’ una penna o sei solo felice di vedermi?” disse Veronica a Franz. “Sono felice di vederti” rispose Franz. La donna sorrise maliziosa, ma in realtà era tutta una tattica di Franz per far ingelosire l’unica donna che amava: l’angelica Veridina. Era stato proprio Franz ad avvelenare il biscottino al burro di Veronica in modo tale da inscenare un finto bacio per accendere la passione sopita di Veridiana. Il ballo, la respirazione bocca-a-bocca facevano tutti parti del suo diabolico piano di uomo disperato distrutto dall’amore che Veridiana con cotanta indifferenza gli negava. Mentre ballava Franz continuava a guardare la sua amata in modo da poter scorgere in lei un qualsiasi sentore di gelosia, ma niente, la donna rimase indifferente, uno sguardo celeste che guarda dall’alto le sue creature non curandosi dei loro sentimenti, la divina indifferenza che occhia ed allontana, nonostante Franz avesse bisogno solo di un contatto, per non sentirsi morto come Piera, per non essere una salma come Rimbò, per continuare a vivere. Infine ricorse al più sottile dei tranelli e inscenò un malumore.
“Aaaaarrggh-fdfd-gheeee” straziò la bocca di Franz mentre intanto il corpo si muoveva rapsodicamente, infine cadde tramortito a terra. Parla Cicco Pasticcio: “£/”!!! )( ???’’’^^’^^’__::” che continua a non essere capito, e continua Dino Formaggio: “Carte, Marte, Arte, Parte e Sarte”
“C’è un bisogno di un dottore?” disse Camillo all’esteta del gruppo mentre Franz continuava a fingere di essere tra le braccia di Thanatos sperando di ricevere un bacio dalla celeste Veridiana.
Una bocca, due labbra carnose si posarono dolcemente sulla bocca del riverso, un tocco d’amore scaldò il cuore di Franz, era lei, era la dolce Veridiana! “Angeli suonate le campane, dopo quel bacio mi son fatto divino!” pensò Franz.


Gradualmente aprì gli occhi ma shock: non era Veridiana, era Ciccio Pasticcio!
Si alza di scatto, sputa a terra, e rimane sconvolto. Non era proprio giornata, Veridiana continuò ad essere lo sguardo celeste che vede dall’alto le sue creature lasciandole in balia del loro dolore, la divina indifferenza che occhia ed allontana, nonostante Franz avesse solo bisogno di un contatto, per non sentirsi morto come Piera, per non essere una salma come Rimbò, per continuare a vivere

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